Allergologia

Test allergici e di intolleranza alimentare: scopri i più affidabili

a cura di:
Catello Romano

Un test per le intolleranze alimentareLa maggior parte delle persone può mangiare una grande varietà di cibi senza alcun problema. Certi alimenti o componenti, tuttavia, provocano in alcuni reazioni avverse, che si possono dividere in due grandi categorie: le allergie alimentari, in cui è coinvolto un meccanismo immunologico, e le intolleranze, legate a caratteristiche degli alimenti o della persona. Quando si accusano sintomi intestinali, bisogna avviare un percorso diagnostico, necessariamente basato su un’attenta anamnesi, su test diagnostici validati e su una dieta di eliminazione, con conseguente test di esposizione. Gli esami attendibili sono però pochi (test genetici, breath test per lattosio), mentre esistono diversi test diagnostici non scientifici da cui bisogna stare alla larga.
Eccone alcuni:

  • Il test citotossico, proposto nel 1956, si basa sul principio che l’aggiunta in vitro di uno specifico allergene al sangue intero, o a sospensioni leucocitarie, comporti una serie di modificazioni morfologiche nelle cellule, fino alla loro dissoluzione (detta citolisi). In tempi recenti è stata anche proposta una versione automatizzata dell’esame denominata “ALCAT”. Entrambi i test sono ugualmente inaffidabili, infatti le modificazioni morfologiche o delle dimensioni dei Leucociti, sono da imputarsi verosimilmente a variazioni del ph, temperatura, osmolarità e tempo di incubazione. Non esiste nessuna prova che l’allergia alimentare sia sostenuta da meccanismi di citotossicità e non è mai stato dimostrato che il test di citotossicità sia in grado di individuare reazioni immunologiche o che abbia valore diagnostico in allergologia. (Evidenze Scientifiche: Lieberman et al. JAMA 1974; 321: 728, Benson & Arkins JACI 1976; 58: 471, Lehman CW. Ann Allergy 1980; 45: 150)

     

  • Il test di provocazione intradermico, si basa sulla somministrazione per via intradermica dell’alimento e sulla successiva osservazione del paziente in un periodo variabile da 10 a 12 minuti, per valutare la comparsa di qualsiasi tipo di sintomatologia. Non ci sono limiti circa numero, gravità e tipologia di sintomi provocati. Il test non è standardizzato,
    è completamente affidato alla libera interpretazione dell’esaminatore e, in caso di allergia o di mastocitosi sistemica, può essere molto pericoloso
    . Il Food Allergy Committee, dell’American College of Allergists, ha valutato questo metodo per due anni consecutivi (1973-1974), escludendone la validità scientifica nella diagnostica e nella terapia allergologica, perché incapace di distinguere l’estratto alimentare dal placebo.

     

  • Il test di provocazione sublinguale, si basa sulla somministrazione di tre gocce di un estratto allergenico acquoso o glicerinato sotto la lingua e sulla successiva osservazione della comparsa di reazioni, entro 10 minuti. Quando l’esaminatore ritiene di essere in presenza di una risposta positiva, somministra una dose di neutralizzazione, composta da una soluzione diluita dello stesso estratto usato per la provocazione.

     

  • Il DRIA test, variante del test di provocazione sublinguale, consiste nella ricerca della variazione della forza muscolare in presenza di una sostanza non tollerata. Si basa sul principio che l’assunzione per bocca dell’alimento, cui si è intolleranti, provochi una diminuzione della forza di contrazione muscolare. Questa viene misurata nel quadricipite femorale, prima e dopo la somministrazione di gocce dell’alimento “sospetto” e la sua diminuzione è ritenuta un chiaro indice di intolleranza. Diversi studi dimostrano che il test non è riproducibile in condizioni di doppia cecità e, pertanto, non è un test affidabile nella diagnosi di allergia alimentare.

     

  • Il VEGA Test, si basa sul presupposto teorico che si riescano a leggere i potenziali elettrici cellulari, tissutali e distrettuali e che, dalle variazioni di questi parametri e dalla rapidità di trasmissione dello stimolo elettrico, sia possibile ricavare indicazioni sul ph e sul corretto funzionamento metabolico dei distretti interessati. Inserendo nel circuito boccettine contenenti campioni di sostanze, l’operatore sarebbe in grado di ricavare informazioni circa il corretto funzionamento metabolico dei distretti corporei. Bisogna precisare però che il filo elettrico dell’apparecchiatura non attraversa la sostanza da esaminare, ma passa intorno alle boccettine che rimangono sigillate. Diversi studi hanno dimostrato che non esiste alcuna correlazione tra lo stato allergico e il risultato del test. (M Semizzi, G Senna, M Crivellaro, G Rapaccioli, G Passalacqua, GW Canonica, P Bellavite. Clin Exp Allergy 2002; 32: 928-932; Lewith GT et al. BMJ 2001: is electromedical testing as effective as skin prick test for diagnosing allergies? A double blind, randomized block design study, Schmitt e Leisman, Int J Neuroscience 1998; 96).

     

  • La Kinesiologia applicata, si basa su una soggettiva misurazione della forza muscolare; il paziente regge in una mano una bottiglia di vetro con all’interno l’alimento da testare, mentre con l’altra spinge contro quella dell’esaminatore. La percezione, da parte di quest’ultimo, di una riduzione della forza muscolare nel soggetto, indica la presenza di intolleranza nei confronti dell’alimento contenuto nel recipiente chiuso. La bottiglia può essere posta anche sul torace o vicino al paziente, senza che ci sia mai un contatto diretto tra l’alimento e la persona. In età pediatrica se il bambino è piccolo e non collaborante, il test viene eseguito sul genitore con o senza il bambino in braccio e ogni differenza di risultato tra i due test viene attribuita all’allergia o all’intolleranza del piccolo. La chinesiologia applicata non è riproducibile in condizioni di doppia cecità e pertanto non è un test affidabile nella diagnosi di allergia alimentare. (Garrow JS, BMJ 1988; 296: 1573).

     

Questi esami non hanno validazione scientifica e rappresentano un enorme pericolo per le possibili conseguenze negative sulla salute delle persone. Poiché spesso forniscono risultati falsamente positivi, portano all’eliminazione indiscriminata di un gran numero di cibi dalla dieta, provocando squilibri nutrizionali. Il convincimento da parte del paziente che i sintomi, anche se non direttamente correlati all’ingestione di cibo, possano dipendere da allergie o intolleranze alimentari, maschera frequentemente un disagio psicologico e spinge a fidarsi delle risposte, in realtà errate, di questi test alternativi.

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