Gastroenterologia

Intolleranza al lattosio e disturbi gastrointestinali

a cura di:
Edoardo Savarino

Dolori addominali, uno dei sintomi dell'intolleranza al lattosio
Intolleranza al lattosio: come riconoscerla?

Quando si tratta di distinguere l’intolleranza al lattosio dalle altre patologie gastrointestinali, si incontrano due grandi difficoltà. Innanzi tutto, i sintomi conseguenti all’intolleranza al lattosio (diarrea, meteorismo, gonfiore addominale e flatulenza) sono aspecifici e possono essere associabili anche ad altre intolleranze, come quella allo xilosio, al sorbitolo, o al fruttosio, oppure a patologie organiche specifiche come le malattie infiammatorie croniche intestinali, malattie infettive, la celiachia e la sindrome dell’intestino irritabile. Bisogna quindi fare particolare attenzione quando si valuta ciascun paziente.

Quando ci si orienta verso un’intolleranza, compare il secondo problema, che è di natura diagnostica. Le possibilità nella scelta di un esame diagnostico sono abbastanza limitate, e solo per alcune intolleranze alimentari, quali quelle agli zuccheri (tra cui anche quella al lattosio), ci sono test sicuri e affidabili. I metodi utilizzati per individuare le altre intolleranze sono invece estremamente eterogenei, e non presentano nella maggior parte dei casi una solida base scientifica. Pertanto non dovrebbero essere sfruttati a scopo diagnostico: poiché una diagnosi ha la finalità di delineare una terapia, che se correttamente applicata può determinare benefici (es. risoluzione della sintomatologia), ma se ingiustamente prescritta può determinare effetti negativi (es. carenze nutrizionali, osteoporosi, diabete, etc.).

L’intervento del gastroenterologo nel caso di intolleranza dai sintomi gravi

Sappiamo che le intolleranze possono essere causate anche da malattie concomitanti, di natura infettiva, infiammatoria o anche neoplastica. Per questo, la prima cosa da fare è escludere la presenza di patologie organiche, mediante esami non invasivi o, se questi non fossero sufficienti, anche invasivi, come la gastroscopia e la colonscopia. Se si arriva a escludere le cause secondarie, ci si orienta verso quelle primitive. Si ottiene quindi una diagnosi più precisa del tipo e del target dell’intolleranza alimentare. Una volta compreso questo, il compito del gastroenterologo è di fornire al paziente tutte le indicazioni fondamentali, con l’aiuto di dietologi o nutrizionisti, allo scopo di risolvere o migliorare la sintomatologia.

Le cause dell’intolleranza: congenita, primaria e secondaria

Esistono tre forme di intolleranza al lattosio: quella congenita, la più rara, è una patologia a trasmissione autosomica recessiva, che si manifesta nel neonato non appena viene a contatto con il latte materno o artificiale. È caratterizzata da diarrea, ritardo dell’accrescimento e altre manifestazioni immediatamente visibili, che richiedono l’abolizione completa del latte dalla dieta.

Più frequente è invece l’ipolattasia primaria, dovuta a una riduzione della capacità dell’orletto a spazzola intestinale di produrre l’enzima lattasi, che permette di digerire il lattosio in galattosio e glucosio. Questa forma ha prevalenza differente nei vari paesi; in Italia, da studi retrospettivi (che sono per la verità un po’ datati) si pensa che si attesti attorno al 50%, con un tasso maggiore a nord e sud, e minore al centro. La riduzione dell’enzima avviene subito dopo lo svezzamento e aumenta progressivamente nel tempo, fino ad arrivare, tra i 10 e i 15 anni, ad una riduzione della quota enzimatica (capacità di digerire il lattosio) anche del 90%. Questo non significa che tutti i pazienti che presentano un deficit di lattasi manifestino i sintomi: bisogna sempre distinguere tra malassorbimento del lattosio e intolleranza, che si ha solo quando al malassorbimento si associa la comparsa di un quadro clinico caratterizzato prevalentemente da diarrea, meteorismo, gonfiore addominale e flatulenza.

L’ipolattasia secondaria è invece conseguente alla presenza di malattie a carico del tratto intestinale. Queste determinano un danno a carico della mucosa del tenue, causando pertanto una temporanea diminuzione dell’enzima lattasi e la riduzione della capacità dell’intestino di degradare il lattosio nei due zuccheri semplici. Si tratta di patologie come la celiachia, la malattia di Crohn l localizzazione enterale, infezioni batteriche o virali gravi che colpiscono il piccolo intestino, infestazioni parassitarie, o anche terapie antibiotiche prolungate. L’aspetto positivo dell’ipolattasia secondaria è che, generalmente, trattando la patologia organica che colpisce l’intestino o sospendendo eventuali terapie lesive, vi è un ripristino della normale struttura della mucosa intestinale e una regressione dell’intolleranza: l’epitelio intestinale torna a produrre lattasi e il quadro clinico tende a regredire fino a scomparire.

Due rimedi per gli intolleranti al lattosio

Nel caso di un paziente che soffre di un’intolleranza severa, il consiglio è di eliminare del tutto l’introito di lattosio per un periodo, in modo da far scomparire i sintomi, per poi reintrodurlo gradualmente nella dieta, fino a raggiungere un introito giornaliero di 12 gr. Questa è infatti la quota che anche gli intolleranti riescono a sopportare in maniera adeguata. È consigliabile consumare il lattosio insieme ad altri cibi, meglio se frazionato, cioè diviso in porzioni di 4 grammi a pasto distribuiti tra mattina, pomeriggio e sera, in modo da aiutare l’intestino a digerirlo. Il limite di questo atteggiamento terapeutico risiede nel fatto che il lattosio si trova ormai in quasi tutti i prodotti presenti al supermercato: integratori alimentari, farmaci e moltissimi cibi, anche insospettabili, come il prosciutto cotto o gli hamburger.

Proprio perché è difficile individuarlo negli alimenti e tenerne sotto controllo l’assunzione, esiste un secondo approccio, che io consiglio ai miei pazienti: utilizzare integratori contenenti l’enzima lattasi. Una sola compressa prima dei pasti sopperisce alle deficienze dell’intestino, permettendo di digerire il lattosio e non avere nessun sintomo successivo. In questo modo il disturbo diventa molto più gestibile, e non è più necessario rinunciare ai nostri cibi preferiti o ad importanti nutrienti.

No a diete drastiche, sì a un’alimentazione varia ed equilibrata

Questi sono dunque i due rimedi; io prediligo il secondo, anche perché sappiamo tutti che eliminare i cibi che contengono lattosio significa anche ridurre in maniera notevole l’introito di calcio. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato una chiara associazione tra il ridotto introito e lo sviluppo di diverse patologie metaboliche, come l’ipertensione arteriosa, il diabete e l’osteoporosi con conseguenteaumentato rischio di fratture. Oltretutto, sappiamo che il calcio ha anche un ruolo preventivo nei confronti del cancro colon-rettale.

Per questo, sono sempre stato contrario alle diete drastiche o all’abolizione totale di alcuni alimenti dalla propria alimentazione: il problema delle carenze nutrizionali è particolarmente sottovalutato, perché le conseguenze arrivano dopo 10 o 20 anni. Comunque, gli effetti alla fine si manifestano, perciò bisogna fare molta attenzione e cercare di seguire sempre la dieta più equilibrata possibile.

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